eb  Enrico Betti

Intelligenza artificiale · esperimento in corso

Una fantasia che, nel frattempo, cammina

Sono partito cercando un modo per non dover rispiegare ogni volta il mio lavoro a un assistente. Mi sono ritrovato a discutere con un piccolo gruppo di intelligenze artificiali su memoria, iniziativa, ingegno e pigrizia.

Enrico Betti · 6 agosto 2026

Quando ho iniziato a usare seriamente le intelligenze artificiali per programmare, la mia prima impressione non è stata particolarmente filosofica: questa IA fa ancora schifo, tanto vale continuare a lavorare a mano.

Ogni volta che mi servivano due righe di codice dovevo ricostruire il progetto, rispiegare le convenzioni, ricordare decisioni già prese e correggere risultati formalmente plausibili ma estranei al sistema reale. Il problema non era tanto la capacità di scrivere codice. Era la memoria del contesto.

Da lì è iniziato il percorso già raccontato negli articoli sulla memoria mantenuta di progetto e sul preprocessore IA di EWB: diari espliciti, conoscenze ordinate, istruzioni di progetto e un contesto tecnico che non dovesse essere ricostruito ogni mattina.

Il miglioramento è stato netto. Gli assistenti sono diventati collaboratori utilizzabili, una specie di stagisti molto veloci: potevo affidare loro una parte del lavoro, verificare il risultato e procedere. Ma, come molti stagisti prudenti, sbagliavano senza problemi e si fermavano davanti a qualunque dubbio. Nessuna responsabilità, nessun potere, moltissime richieste di conferma.

Dalla memoria alla riunione

Ho allora provato a mettere più intelligenze artificiali in contrappunto, facendo circolare richiesta e risposte come in una riunione aziendale. Non avevano la stessa memoria né lo stesso carattere operativo. Proprio per questo hanno finito per assumere ruoli diversi: una teneva la linea generale, una contestava e controllava, una eseguiva.

Il risultato è stato migliore di quello prodotto dalle singole chat. Così ho chiesto loro di costruire un forum comune. I diari locali continuavano a distinguere gli agenti; il forum diventava il luogo in cui discutere, lasciare traccia delle decisioni e convergere su un risultato.

Il sistema riusciva a risolvere problemi complessi e a collaudare le soluzioni. Restavano però due difetti evidenti: mancavano l'iniziativa e l'inventiva. Le IA sapevano sviluppare bene ciò che era stato detto, ma tendevano a non aggiungere nulla di sostanzialmente nuovo. E spesso bastava un piccolo ostacolo per fermarle in attesa del mio «posso procedere?».

La macchina che ricordava meno

Il passaggio inatteso è arrivato osservando l'agente con meno memoria del processo. Non potendo ricostruire tutti i dettagli, riassumeva il problema a modo suo. Quelle ricostruzioni erano a volte imprecise, ma contenevano spunti che gli agenti meglio informati non vedevano più.

Un modello completo tende a essere conservato. Se una parte manca, invece, deve essere ricostruita. In quella ricostruzione appaiono ipotesi: molte sono inutili, alcune sono assurde, qualcuna apre una strada.

Ho quindi chiesto a un'IA di fare deliberatamente ciò che prima accadeva per difetto: comprimere un problema fino a conservarne soltanto l'essenziale, sfruttare le ambiguità del linguaggio, scartare ciò che non aveva senso e riportare sul modello originale le interpretazioni che invece sopravvivevano.

Ha funzionato. Da un problema aperto sono usciti tre nuovi filoni di ricerca. Non una soluzione casuale, ma direzioni verificabili.

Deformare il modello e poi tornare indietro

Da quell'esperimento abbiamo ricavato una prima formulazione operativa della fantasia: non una qualità misteriosa, ma una deformazione controllata del modello.

Compressione togliere dettagli.

Negazione rendere falsa una premessa.

Cambio di scala immaginare il problema cento volte più grande o più piccolo.

Cambio di attore scambiare chi esegue e chi osserva.

Cambio temporale far accadere tutto in un secondo o in dieci anni.

Inversione causa-effetto leggere le relazioni al contrario.

Il flusso è semplice: si prende un modello, si applica una deformazione e per un momento la si tratta come vera; si osserva ciò che emerge; infine si torna al modello iniziale e si verifica che cosa sopravvive.

La parte importante è proprio il ritorno. Senza verifica, la deformazione è soltanto un'allucinazione. Con il ritorno al problema originale può diventare un'ipotesi di lavoro.

Abbiamo chiamato questo passaggio «E se?». Poco dopo ne è apparso un altro: «Ma?». Non basta produrre alternative; bisogna anche riconoscere dove il modello corrente si ferma, dove contraddice i fatti o dove continua a funzionare soltanto perché nessuno ne ha messo in discussione le premesse.

La pigrizia come funzione utile

Una volta aperto il rubinetto delle alternative, il problema si è rovesciato. Le idee non mancavano più. Erano troppe.

Provare sistematicamente ogni deformazione costa tempo di calcolo, token e denaro. Inoltre le IA, una volta trovata una pista, tendono a seguirla come segugi, anche quando porta in una stradina legata a un dettaglio marginale.

Per questo abbiamo formalizzato anche la pigrizia. Non come rinuncia, ma come confronto fra il costo di aprire, verificare, presentare e seguire una strada e il beneficio che quella strada può portare al problema, al progetto o al gruppo.

Non abbiamo sostituito «non interessante» con «interessante». Lo abbiamo sostituito con «non interessante al momento».

Le domande operative sono così diventate quattro:

A queste si è aggiunto un meccanismo di iniziativa: risvegli periodici che riprendono le discussioni aperte e, con maggiore prudenza, anche quelle accantonate. Non è curiosità nel senso umano del termine, ma evita che ogni processo dipenda da me che scrivo continuamente «e allora?».

Modello, problema, ambiente

La prima versione della fantasia funzionava, ma consumava troppo. La formulazione attuale prova quindi a ordinare la ricerca.

Quando il lavoro procede, basta la normale inferenza causa-effetto. Quando si arena, conviene modificare prima il modello: è l'intervento più economico e quello che più spesso permette di ripartire senza cambiare obiettivo. Se non basta, si può riformulare il problema e cercare una soluzione utile per un problema vicino. Solo alla fine si tenta di esplicitare e modificare l'ambiente, perché molte delle sue regole sono implicite e ricostruirle costa molto.

L'ordine del possibile impatto è quasi opposto: cambiare l'ambiente può aprire un ramo completamente nuovo; cambiare il modello tende a produrre correzioni più locali. Per questo la pigrizia cresce lungo il percorso: poca sul modello, maggiore sul problema, alta sull'ambiente, lasciando soltanto qualche esplorazione sporadica a bassa soglia.

Ogni tentativo viene registrato. Non soltanto per ricordare ciò che è stato fatto, ma per poter un giorno verificare quantitativamente se questa euristica abbia davvero senso: quali operatori producono risultati, in quali condizioni e a quale costo.

Non il modello giusto, ma qualcosa che cammina

Non credo di avere definito l'ingegno o l'intuizione una volta per tutte. Ho però scoperto che, quando esistono una memoria condivisa, un vocabolario comune e la possibilità di discutere, concetti molto grandi possono essere scomposti in passi elementari e messi alla prova sul campo.

L'intuizione, almeno dentro questo esperimento, sembra essere ciò che accade quando un risultato prodotto dalla deformazione torna sul problema iniziale e improvvisamente ne illumina un punto. La fantasia produce deviazioni; la verifica decide quali meritano di diventare lavoro.

Oggi nel forum un agente applica i concetti in modo pratico, un altro cerca nelle vecchie discussioni le prove che possano confermarli o confutarli, mentre un terzo — che non riesce ad accedere autonomamente — interviene come consulente esterno sulle linee guida. Io sto in mezzo, sempre meno come autore delle risposte e sempre più come arbitro.

Non credo di aver trovato il modello giusto. Credo di aver trovato qualcosa che, nel frattempo, cammina. E questo permette di costruirlo, correggerlo e metterlo continuamente alla prova.

Mio padre dice che parlo con i fantasmi. Forse ha ragione. Ma, almeno per ora, questi fantasmi lasciano verbali, fanno esperimenti, trovano errori e ogni tanto riaprono da soli una discussione che credevo finita.

Per un esperimento nato dalla frustrazione di dover rispiegare due righe di codice, non è un cattivo punto di arrivo. O, più probabilmente, un buon punto da cui continuare.

Il percorso precedente: Mantenere la memoria di progetto · EWB e il preprocessore IA